Política y Economia

DA LETTERA DIPLOMATICA (1258)

di RobertoNigido


UEwebCon l’appr
ovazione da parte del Parlamento Europeo, il 16 luglio si è conclusa la procedura di nomina del Presidente della Commissione Europea. A guidare la Commissione a partire dal 1° novembre prossimo sarà la Signora Ursula von der Leyen, finora Ministro della Difesa del Governo tedesco, esponente della CDU (Cristiano- Sociali) e allieva della Signora Merkel nei cui governi ha ricoperto vari incarichi ministeriali. Ha fama di buona europeista ed è figlia d’arte: è nata a Bruxelles ed è stata educata fino all’età di 13 anni nella Scuola Europea di quella città. Il padre, Ernst Albrecht, era un alto funzionario della Commissione negli anni 1958-1970, quando lo ho conosciuto come Direttore Generale della Concorrenza; successivamente è entrato nella vita politica tedesca, dove ha ricoperto per molti anni l’incarico di Primo Ministro della Bassa Sassonia.

L’approvazione parlamentare -a scrutinio segreto- della candidata proposta dal Consiglio Europeo è stata di stretta misura: 383 voti a favore rispetto alla maggioranza richiesta di 374; i voti contrari sono stati 327; 22 le astensioni. Il voto nell’aula di Strasburgo é avvenuto al termine di complessi negoziati tra i gruppi politici e di lunghe trattative condotte dalla candidata alla presidenza della Commissione con le principali formazioni parlamentari. Il Trattato prevede che il Presidente della Commissione sia eletto dal Parlamento Europeo a maggioranza dei membri che lo compongono su proposta del Consiglio Europeo, il quale delibera a maggioranza qualificata “tenuto conto delle elezioni del Parlamento Europeo e dopo aver effettuato le consultazioni appropriate “. Si tratta di una procedura di co-decisione nella quale Consiglio Europeo e Parlamento Europeo hanno uguali poteri: agiscono come le due camere legislative in un sistema costituzionale di bicameralismo perfetto. A seguito delle elezioni del 26 maggio scorso, Popolari (182 seggi) e Socialisti (154 seggi) non raggiugono più da soli, come in passato, la maggioranza dei voti necessari. Hanno bisogno dei voti di almeno uno degli altri due maggiori Partiti tradizionalmente pro-europei: i Liberali (108 voti) o i Verdi (74 voti). Hanno votato a favore i Popolari e i Liberali, mentre i socialisti si sono divisi: molti socialisti francesi, olandesi e soprattutto tedeschi hanno votato contro, verosimilmente delusi perché il Consiglio Europeo non aveva scelto il candidato, Frans Timmermans, da loro sostenuto in base al metodo -condiviso con gli altri gruppi politici- cosiddetto degli “SpitzenKandidaten” (metodo che era stato utilizzato nel 2014 in occasione della nomina di Juncker). Ma anche tra gli stessi Popolari sembra ci siano state delle defezioni. I Verdi hanno votato contro perché non soddisfatti dalle dichiarazioni programmatiche della Signora von der Leyen in materia di ambiente. L’elezione di quest’ultima è passata grazie al voto favorevole espresso da due gruppi considerati euro-scettici: i parlamentari polacchi iscritti al gruppo dei Conservatori (26 seggi) e quelli italiani del Movimento 5 Stelle (14 seggi). Anche la discussione nel Consiglio Europeo del 1/2 luglio era stata travagliata, come prevedibile del resto alla luce dei risultati delle elezioni europee e delle ambizioni dei Paesi Membri. Nella scelta del candidato alla Commissione il Consiglio Europeo deve tenere conto infatti, oltre che delle possibili maggioranze nel Parlamento Europeo e dell’ equilibrio di genere, anche e soprattutto di aspettative di vario ordine e provenienza in una Unione a 28 dove le pulsioni nazionalistiche sono aumentate di numero e di intensità: dei Paesi più grandi, dei Paesi più piccoli, dei Paesi dell’Europa del Nord, dei Paesi dell’Europa del Sud, dei Paesi del nucleo più antico dell’Ovest europeo e di quello più recente dei Paesi dell’Est.

Il Consiglio Europeo cerca di raggiungere un equilibrio complessivo mettendo sul piatto della bilancia anche gli altri incarichi apicali nelle Istituzioni Europee: Presidente della Banca Centrale, Presidente del Consiglio Europeo, Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza, il quale ultimo dovrà essere approvato dal Parlamento insieme al resto della Commissione. La nomina del Presidente del Parlamento Europeo segue una propria logica solo parlamentare, ma finisce per entrare nel computo finale ai fini di un equilibrio complessivo. I conti comunque non tornano, perché il numero delle cariche da ricoprire (cinque) é inferiore a quello dei principali gruppi politici tradizionalmente pro-europei (quattro) e dei gruppi di Paesi (sei): più d’uno degli appartenenti ai due gruppi rischia di rimanere deluso, a meno di incroci molto sofisticati e di difficile confezionamento.

Il pacchetto originario delle nomine ai Vertici delle Istituzioni Europee era stato elaborato da Francia, Germania, Paesi Bassi e Spagna a margine del G20 di Osaka, senza consultare gli altri Paesi Membri, i quali se ne sono risentiti; e della loro irritazione hanno fatto stato nel Consiglio Europeo di Bruxelles che ha seguito immediatamente Osaka. Il progetto prevedeva la nomina alla guida della Commissione di Frans Timmermans, socialista olandese e attuale Primo Vice Presidente della Commissione, e del Governatore della Banca di Francia, Villeroy de Galhau, a quella della Banca Centrale Europea. Tuttavia le proposte poi circolate nelle fasi iniziali del Consiglio Europeo, incluse quelle relative alle altre posizioni apicali, non si sono mai veramente assestate fino alla fine del negoziato. Comunque il pacchetto di nomine originalmente concepito si è dimostrato non percorribile: per il metodo non inclusivo (critica condivisa dall’Italia); per l’opposizione di vari Paesi soprattutto dell’Est nei confronti di Timmermans, in ragione della campagna da lui condotta contro questi Paesi per le loro posizioni illiberali sui temi dello Stato di diritto; e per la contrarietà di alcuni Paesi guidati da forze politiche appartenenti al Partito Popolare Europeo alla proposta di assegnare la presidenza della Commissione a un esponente non appartenente al PPE, nonostante quest’ultimo fosse risultato il primo partito come voti ricevuti alle elezioni europee.

Le trattative sono state dirette dal Presidente del Consiglio Europeo, Tusk (polacco), sotto l’impulso soprattutto di Macron e della Signora Merkel. Per uscire dallo stallo, dopo prolungate trattative è stata escogitata la soluzione di presentare come candidata alla Commissione la Signora von der Leyen: questa soluzione si è rivelata accettabile per tutti i Paesi Membri ma ha scompaginato i giochi in seno al Parlamento Europeo perché non teneva conto della logica degli “SpitzenKandidaten” che erano stati designati dai gruppi politici. Le altre cariche assegnate sono state: la Banca Centrale Europea alla Signora Christine Lagarde, Ministro dell’Economia e delle Finanze con Sarkozy, e successivamente equilibrato e rispettato Direttore Generale del Fondo Monetario Internazionale; la presidenza del Consiglio Europeo a Charles Michel, liberale, Primo Ministro del Belgio dal 2014; al posto di Alto Rappresentante verrà proposto al Parlamento Europeo Josep Borrel, socialista, attuale Ministro degli Esteri della Spagna e convinto europeista (è stato Presidente del Parlamento Europeo nei primi anni 2000). Questa soluzione era suscettibile di soddisfare le aspettative di tre dei principali partiti pro-europei (PPE, Socialisti e Liberali), del gruppo dei Paesi più grandi (Germania, Francia e Spagna) e di quello dei Paesi più piccoli (Belgio), ma non quelle dei Verdi e del gruppo dei Paesi dell’Est. Il Parlamento Europeo aveva eletto nella sua prima riunione come suo Presidente David Sassoli, socialista italiano con già lunga esperienza europea. La composizione della Commissione sarà completata dopo l’estate con la designazione dei Commissari da parte di tutti i Paesi Membri e con la loro approvazione da parte del Parlamento Europeo, in tempo perché la nuova Commissione sia in funzione a partire dal 1° novembre.

Vorrei concludere con qualche considerazione sul merito delle scelte. Sono state confermate innanzitutto la solidità e la preminenza del rapporto tra la Francia e la Germania. L’asse franco-tedesco, che è all’origine del progetto europeo, è sempre più inevitabile in una Unione di Paesi che sono diventati molto numerosi; rimane comunque un rapporto non esclusivo, perché gli altri Paesi possono associarsi alle consultazioni per condizionarne l’esito, come in questa occasione hanno fatto con successo Spagna, Belgio e Paesi Bassi. In secondo luogo é molto apprezzabile che rappresentanti del sesso femminile di riconosciuto valore siano state richieste di presiedere due pilastri portanti del sistema di governo europeo. L’Europa ha raggiunto così un traguardo di grande civiltà. E’ positivo che la Germania abbia voluto impegnarsi a far presiedere la Commissione da un suo esponente di rilievo: è la prima volta dall’inizio della Comunità Economica Europea (dopo Walter Hallstein nel periodo 1958-1967). E’ incoraggiante infine che la Signora von der Leyen abbia fatto dichiarazioni programmatiche di convinto europeismo; di sostegno allo stato di diritto, ai principi liberali e al multilateralismo; aperte ai temi sociali, ambientali e dell’immigrazione; e che, pur con una certa vaghezza, lasciano sperare in una svolta nelle politiche economiche europee.

Per esprimere un giudizio non affrettato è opportuno tuttavia attendere iniziative concrete del nuovo Presidente della Commissione volte al completamento dell’unione economica, allo sviluppo equilibrato di tutti i Paesi europei e alla messa in atto- sempre più urgente- di una credibile capacità europea di difesa; e che mettano gli interessi dell’Europa avanti a quelli di breve periodo della Germania. La Signora Merkel, che pure ha contribuito in misura non trascurabile alla sopravvivenza del progetto europeo, è stata accusata di non averlo fatto. Messa in questi termini, l’accusa non mi appare giustificata, perché il suo ruolo era quello di Cancelliere tedesco e non di Presidente della Commissione. A mio giudizio tuttavia la Signora Merkel è stato un Cancelliere abile sul piano degli equilibri politici interni alla Germania e del consenso popolare di breve termine; ma di vista corta sul piano europeo e, nel medio termine, anche su quello nazionale. Perché ha obbligato troppo a lungo la Germania a non necessarie restrizioni di bilancio, con effetti recessivi anche sugli altri Paesi dell’Unione, e non ha scoraggiato gli esportatori tedeschi dal reinvestire fuori dall’Europa i proventi dell’enorme surplus commerciale, con la conseguenza di rafforzare le capacità concorrenziali dei competitori dell’Europa nel mondo. Questi nodi sono venuti al pettine, anche in Germania, con le elezioni politiche del settembre 2017. C’é chi sospetta che il progetto della Germania sia quello di lasciare l’Europa incompiuta e di dominarla di fatto senza assumerne la responsabilità. Anche questa visione nazionalistica rimane comunque corta: la Germania, senza il sostegno di un’Europa unita e solidale, è condannata all’irrilevanza nel mondo dei giganti degli anni 2000. Ma saranno condannati all’irrilevanza e alla sudditanza anche tutti gli altri Paesi europei se non sapranno dar vita, insieme alla Germania, a una compiuta e coesa Unione Europea che sia capace di confrontarsi da pari a pari, in tutti i campi, con Russia, Cina e Usa al fine di salvaguardare la propria identità e i propri valori.

Ritengo positiva la scelta di nominare la Signora Lagarde alla Banca Centrale Europea: come Direttore Generale del Fondo Monetario Internazionale ha dimostrato senso politico, equilibrio e autorevolezza. Ma non ha la formazione e l’esperienza di un grande banchiere centrale. La Banca Centrale Europea richiede conoscenze ed esperienze approfondite, se chi la dirige vuole indirizzarne l’attività verso i risultati economici ( e politici ) che si intendono perseguire per il benessere dell’insieme dell’Unione. Vedremo se la Signora Lagarde, oltre al coraggio e alla determinazione che ha già dimostrato, saprà contrastare validamente i ben noti e agguerriti falchi tedeschi e olandesi, come ha potuto fare Draghi sulla base della sua indiscussa competenza. Sono convinto che, se nel 2012 al posto di Draghi ci fosse stato il Presidente della Bundesbank Weidmann, non avremmo più l’Euro (quanto meno in Italia). Mi sembra poi perfetta, per l’incarico, la nomina di Charles Michel alla presidenza del Consiglio Europeo: viene da una lunga tradizione politica familiare e da una consolidata esperienza di accorto leader e mediatore nella complicata vita politica belga (i politici belgi sono considerati in Europa indiscussi maestri nell’arte del compromesso). Considero infine ottima la designazione di Josep Borrel come Alto Rappresentante: può contare sull’esperienza e sulla autorevolezza derivanti dalla sua passata e prestigiosa attività europea e da quella attuale come valido Ministro degli Esteri del suo Paese. Veniamo all’Italia. Considerate le condizioni di partenza, l’Italia può essere moderatamente soddisfatta. Non aveva ambizioni particolari né candidati spendibili per le cariche apicali sulle quali doveva pronunciarsi il Consiglio Europeo. Essendo stata esclusa dalle consultazioni preliminari a margine del G20 di Osaka, non credo che l’Italia potesse avere altra strategia negoziale che quella di scongiurare la nomina di un Presidente della Banca Centrale che fosse espressione della Germania o di altro Paese super-rigorista; e di lavorare di rimessa per evitare che tutti i giochi si facessero senza di noi. Mi sembra che questi risultati siano stati raggiunti. L’Italia può anche rivendicare di aver contribuito in misura determinante alla elezione della Signora von der Leyen, avendo il Presidente del Consiglio ottenuto da una delle due forze politiche che sostengono la maggioranza di governo, il Movimento 5 Stelle, di votare a favore (l’altra forza politica, la Lega, non ha accolto questo invito). Mi chiedo tuttavia quale fosse l’interesse nazionale italiano quando il nostro Governo ha deciso di contribuire ad affossare la candidatura di Timmermans alla Commissione, andando così a ingrossare le file di Paesi che hanno problemi con il resto dell’Europa che l’Italia non ha. Tra l’altro Timmermans è conosciuto favorevolmente in Italia perché nel suo incarico di Vice Presidente della Commissione ha sostenuto la necessità di promuovere a livello europeo politiche coerenti con quelle invocate da tempo dal nostro Paese. Sappiamo anche che è amico dell’Italia e che la conosce bene: parla correntemente l’italiano per aver studiato a Roma da ragazzo.

E’ infine motivo di soddisfazione che un italiano sia stato nuovamente eletto alla presidenza del Parlamento Europeo.

Una considerazione conclusiva. Le discussioni nel Consiglio Europeo e poi nel Parlamento Europeo hanno confermato la grande civiltà della costruzione europea: custode dei valori acquisiti dagli europei nella nostra storia lunga e travagliata e degli insegnamenti che ne sono scaturiti; basata sul rispetto del diritto; tollerante; democratica; aperta ad ascoltare tutte le posizioni e a cercare soluzioni che tutelino i legittimi interessi di tutti. Facciamo fiducia alle rinnovate Istituzioni Europee perché preservino questo straordinario esperimento.

 
Visto 611 veces Modificado por última vez en 19 de Agosto de 2019
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